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Nota dell’autore
 
Questa raccolta di poesie è stata scritta al ritorno da un viaggio in India, precisamente nella regione settentrionale del Rajasthan.
Da tempo desideravo visitare l’India, pertanto quando mi si è presentata l’occasione, del tutto inaspettata, non me la sono lasciata sfuggire.
Ho viaggiato molto. Ho visitato diversi paesi dalle civiltà millenarie e caratteristiche, alcune ormai estinte, le cui peculiarità inevitabilmente sono riflesse nei templi, nelle chiese, nelle moschee, nei palazzi reali, nei teatri, nei giardini e, di conseguenza, in ogni particolare architettonico.
Ero, quindi, curiosa di ammirare l’India dei Maharaja, degli sfarzosi palazzi reali costruiti come fortezze sulle alture, dei maestosi mausolei, primo fra tutti il marmoreo Taj Mahal, patrimonio dell’Unesco; l'India delle miniature raffiguranti centinaia di persone tutte diverse fra loro, l'India dei fiori di loto, degli elefanti...
Tuttavia, quello che in me è rimasto di questo viaggio in auto da Nuova Delhi a Jaisalmer (poco distante dal confine col Pakistan) e viceversa, attraversando città importanti, come Jodhpur, la capitale del Rajasthan, ma anche piccoli villaggi rurali, non sono state le bellezze architettoniche né l’aspetto aspro del paesaggio. Ciò che mi ha colpito profondamente sono state le miserabili condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Il loro "abitare", anche nelle città (le sole dove sono presenti case in muratura occupate tuttavia da una minoranza di cittadini benestanti) in “dimore” situate ai lati delle strade carrozzabili e realizzate generalmente con pochi pali di legno e il tetto di stracci; la mancanza di acqua potabile, ad eccezione di quella erogata da pompe a mano sparse sul territorio e raccolta in contenitori di fortuna per trasportarla alle misere abitazioni; le fogne a cielo aperto; la commistione di buoi, maiali, cani, pecore e bambini nelle strade piene di sterco e di rifiuti urbani; e le donne, che lavorano i campi come duecento anni fa indossando il sari sotto un sole impietoso, che trasportano tutto quello che serve loro sulla testa, che lavano i panni in pozze d'acqua melmosa, che accoccolate impastano pizzette e le cuociono su forni rudimentali usando come combustibile lo sterco dei bovini; gli anziani costretti a lavorare fino all'ultimo respiro se non hanno figli che possano occuparsi di loro.
Questa miseria assoluta mi è entrata nel cuore, mi ha sconvolta. Non avrei mai pensato che alle soglie del 2020 intere popolazioni, migliaia di persone potessero davvero vivere ancora in queste condizioni! Ho compreso appieno il significato del termine "paese dalle enormi contraddizioni"!
E mi ha commosso la bellezza dei visi, soprattutto di quelli dei bambini, seminudi e sporchi, che giocano felici e inconsapevoli della loro condizione tra rifiuti di ogni genere, e chiedono ai turisti penne a biro e chewing-gum, e delle giovanissime donne, alcune delle quali accettano di farsi fotografare per poche rupie. Mi ha colpito la loro mitezza, la loro gentilezza, la loro capacità di sorridere e scherzare anche dopo una giornata di massacrante lavoro nei campi. Ma, soprattutto, mi ha lasciato sconcertata il fatalismo, la rassegnata accettazione di quella vita come ineludibile, non modificabile, atteggiamento inconcepibile per me, nata e cresciuta in occidente.
Questa miseria assoluta ha sovvertito tutta la mia scala di valori.
Ritornata in Italia,  rientrando nella mia lussuosa e grande casa, mi sono profondamente vergognata di tutto quello che possiedo, la maggior parte del quale è assolutamente inutile!
Ho sentito mia l'espressione: "Si dice che si può entrare in India da cento porte ma è difficile trovarne poi una sola per uscire. L'unica porta è quella che il più delle volte cambia il cuore" (da "L'India nel cuore" di Vittorio Russo, Baldini & Castoldi, Milano, 2013, Nuova Edizione).
E ripensando a quello che ho visto e alle forti emozioni che ho provato, le poesie sono fluite spontanee, irrefrenabili, incontenibili come se volessero liberarmi dalle macerie di quel terremoto che mi ha scosso e intendessero dare voce alle sensazioni avvertite ma anche alle riflessioni scaturite in loco quasi inconsapevolmente.
La raccolta è corredata da fotografie scattate in alcuni dei luoghi visitati che non devono tuttavia intendersi come illustrazioni fedeli delle poesie.

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Dalla seconda aletta di copertina.
​Commento a cura di Alessandro Lattarulo
È un verso asciutto quello che Ester Cecere consegna al suo peculiare racconto dell’India.
Un verseggiare senza né lacrime né pietà. Dai componimenti, ma a ben guardare anche dalle fotografie che corredano l’opera con la loro potenza figurativa, emerge piuttosto lo spaesamento nel raccontare per prima a sé stessa lo stupore derivante da quel che osserva.
Non è questione di attrito della donna occidentale,la cui quotidianità viene travolta dal ritmo impetuoso del cambiamento, ma la constatazione che la retorica televisiva o dei social network non può surrogare la realtà. La realtà è infatti un puzzle multicolore e multidimensionale, le cui tessere vanno composte con fatica perché suoni, volti, odori, sapori assumono fino in fondo i contorni che sono loro propri esclusivamente attraverso una scoperta “sul campo”.
Ma nelle liriche di Cecere c’è altro, molto altro. C’è il senso di inadeguatezza per non essere stata in grado di figurarsi la complessità del pianeta e dei costumi dei suoi abitanti prima di averla sperimentata con tutti i propri sensi. Se ogni viaggio è una scoperta, quello compiuto in India lo è, se possibile, ancora di più, anche perché a tutta prima dà la sensazione di un ritorno a un passato ignoto. Tale groviglio di emozioni traspare chiaramente dalla scelta compiuta dalla poetessa-ricercatrice, che alle parole, talvolta persino timide e imbarazzate, quasi che violino un’intimità altrui disarmata e differente dai canoni della nostra civiltà, aggiunge quasi sempre una spiegazione rivolta al proprio animo, per convincersi che sia possibile restituire al cuore, con un aggettivo o con una parola, l’altrimenti indicibile che la propria sensibilità di donna e mamma ha rintracciato tra bambini, dei e templi.
Alessandro Lattarulo
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